Con il termine medicina psicosomatica si descrive oggi l’approccio di cura e visione volto a cercare la connessioni tra la natura della manifestazione somatica in sé, il sintomo, e la possibile causa proveniente dalla psiche. Intendendo con “psiche” non solo l'insieme delle funzioni cerebrali, emotive, affettive e relazionali dell'individuo, che esulano dalla sua dimensione corporea e materiale, ma recuperando dall'etimologia del termine psiche (dal greco ψυχή, connesso con ψύχω, "respirare, soffiare") anche all'idea del 'soffio vitale', che presso i greci designava l'Anima. Georg Groddeck fu il medico e psicoanalista a cui si deve la paternità della moderna medicina psicosomatica e da cui, forse non tutti ancora sanno, Freud prese a prestito il termine Es. La gente lo ha descritto come un medico che irrompeva con la forza di una tempesta nell’anima degli uomini, penetrando in profondità dove è condensata la vita, dove tutte le barriere si spezzano e il corpo e la mente si fondono in un tutto unico. Lo stato di salute secondo questa visione è inteso come indivisibile unità di mente, corpo e anima.

Attraverso l’approccio della Medicina Psicosomatica il medico può occuparsi delle manifestazioni fisiche, definite “somatiche” (chiamate dalla medicina sintomi o malattie) senza separarle dallo stato emotivo del paziente. La Psicosomatica integrata non solo studia l’influsso della psiche sull’organismo ma anche viceversa. Come Edward Bach scrisse: “i malesseri di cui tutti noi soffriamo non sono assolutamente disgiunti dal nostro modo di essere, di vivere e di sentire. La malattia non è solo il disagio di un solo organo, ma è la disarmonia di mente-corpo-spirito. La malattia non ha un’origine materiale. I sintomi che noi vediamo, sono semplicemente la risultanza di forze che hanno agito a lungo e in profondità”. Anche le millenarie medicine tradizionali antiche (cinese, ayurveda, mediterranea) consideravano l’individuo in chiave olistica, come cioè un tutto (microcosmo) immerso in un tutto (macrocosmo) le cui leggi di regolazione naturale sono le stesse (teorie analogica degli elementi, degli umori, etc..).

Secondo la visione indovedica, per esempio, le energie psicofisiche dell’essere umano hanno come propulsore comune l’essenza spirituale (atman), simbolicamente raffigurata nel cuore, la quale costituisce il nucleo dell’identità del soggetto e l’essenza stessa della vita. Uno degli indirizzi più promettenti della ricerca in psicosomatica negli ultimi trent'anni è la PNEI (psiconeuroendocrinoimmunologia) che ha l'obiettivo di chiarire le relazioni tra funzionamento psicologico, secrezione di neurotrasmettitori a livello cerebrale, ormoni da parte del sistema endocrino e funzionamento del sistema immunitario, portando alla luce in veste scientifica come le nostre emozioni dialogano con il nostro corpo influenzandone lo stato di benessere.

Il potere della psiche sul nostro corpo... e viceversa!

Tra gli anni Quaranta e gli anni Cinquanta, Franz Alexander, indagò come gli stati conflittuali della nostra anima e psiche, attraverso la mediazione del sistema neurovegetativo, fossero implicati nelle cause di varie malattie, dette appunto psicosomatiche. La “somatizzazione” è il processo base del disturbo psicosomatico. Cioè è il meccanismo che permette di trasformare i processi psichici in somatici, coinvolgendo la rete PNEI, sistema nervoso, endocrino e immunitario. Ecco come un’emozione inibita e non espressa, viene gestita dal corpo che altro non può fare che tradurla e canalizzarla, cioè somatizzarla, scriverla nel corpo, unico suo campo di azione, attraverso un meccanismo bio-chimico, producendo uno o più sintomi organici.

Un pensiero ripetitivo che non riusciamo a risolvere (chiodo fisso) può indurre sintomi come emicrania, questioni indigeste o pesanti problemi a stomaco, milza o pancreas; il desiderio di farcela da soli a tutti i costi può farci alzare il colesterolo per darci più energia per vincere; ansia o forte stress possono dare disordini intestinali, ormonali etc. Chi soffre di malattie psicosomatiche presenta dolore, nausea o altri sintomi fisici, senza però una causa fisiologica che possa essere diagnosticata. Il meraviglioso e semplice potere della psiche sul corpo lo si apprende dalla realtà di tutti i giorni, da cui non a caso nascono anche molti modi di dire. La paura per esempio: sudare freddo, farsela sotto, le ginocchia che tremano. La rabbia: farsi salire i bollori, il sangue alla testa, farsi il fegato grosso o amaro. L’amore: fa battere il cuore, fa sentire le farfalle allo stomaco, fa sudare le mani. L’ansia: fa rallentare la salivazione. La tristezza si traduce in pianto.

Nella teoria della medicina umorale di Ippocrate e in quella cinese vediamo in termini diagnostici quanto le emozioni, nella loro parte luce e ombra, risiedano in organi ben precisi e danno origine ad atteggiamenti che, a lungo andare, si traducono in segnali fisici. La rabbia risiede nel fegato ma anche la determinazione, la gioia nel cuore ma anche l’esaltazione, la preoccupazione nel polmone ma anche l’introspezione, il rimuginare nella milza ma anche la diplomazia, la paura nel rene ma anche la volontà. E così esistono i fegatosi, i sanguigni, i melancolici e via dicendo. Quale altro campo d’azione potrebbe avere la nostra anima per comunicare con noi se non il nostro corpo?

Essere in sintonia con i propri bisogni e con se stessi, seguire i dettami della propria Anima, fare ciò che ci realizza nel profondo favorisce il nostro benessere, il buonumore e la salute perché promuove la crescita di autostima, di empatia attitudini che il nostro cervello ama e che gli fanno produrre le sostanze della felicità e della salute: endorfine, serotonina, dopamina, citochine, linfochine. Spesso molte memorie del nostro corpo, emozioni limitanti e comportamenti inappropriati che non riusciamo a gestire o che non vogliamo vedere, appartengono a ferite primarie del nostro io bambino: avere cura di lui significa stare meglio anche fisicamente. "Onoro il mio bambino interiore. Mi voglio bene, mi do libertà e agisco in modo spontaneo perché ho il diritto di essere felice. Imparo ad ascoltarmi. Quali sono i miei bisogni? Li esprimo? Mi coccolo? Ho cura di me stesso tenendo conto delle mie esigenze emotive, psicologiche e fisiche?”

Quando i sintomi sono messaggi 

Ognuno di noi è un anima in viaggio in un veicolo corporeo, ognuno con la propria storia e il proprio linguaggio. Ognuno è un universo non ripetibile, un regno speciale in cui vi sono leggi, codici, memorie e messaggi unici, non generalizzabili. Edward Bach dedusse che la malattia era il risultato di un’azione errata che allontana dalle virtù e induce uno stato d’animo negativo (paura, ansia, preoccupazione, rabbia, odio, etcc..). Egli riteneva la malattia, o sintomo, una lezione che insegna a correggere il percorso della vita e ad armonizzarlo con i principi dell’anima, un segnale del nostro sé superiore, che ci indica che ci stiamo allontanando dal cammino che la nostra anima sente segnato per noi, uno strappo tra la personalità o carattere e il sé superiore, Anima. Secondo la visione di Bach, ma anche di altre medicine tradizionali, ogni individuo, pur essendo un essere unico e irripetibile, può rientrare in tipologie emozionali. Ognuno di questi ha una virtù guida che, se trascurata, può diventare l’origine degli stati d’animo patologici. Indagare la malattia quindi non solo materialmente curando il sintomo, ma secondo il punto di vista del singolo paziente, può condurlo a capire quali siano state in origine le cause, i fenomeni, gli eventi o le ferite emozionali che sono diventati il suo malessere.

Questa visione della malattia e della cura del paziente è qualcosa di inconcepibile per l’Occidente del secolo scorso, mentre sappiamo che è una concezione presente in Oriente da millenni. Il dolore fisico è lo stesso dolore psichico che non sappiamo o non vogliamo ascoltare, che deleghiamo, allontaniamo, tentiamo di eliminare, ma fino a che la causa del problema non viene con responsabilità e coraggio affrontata e rielaborata, il problema “per fortuna” si ripresenterà nel corpo e si riproporrà sempre, finché non avremo compreso il perché del suo essere nel nostro corpo. La guarigione non è necessaria, è una possibilità; la guarigione è dei pazienti. Bach diceva che la guarigione nel corpo avviene quando si ha la guarigione dello spirito: se la nostra Anima e la nostra Personalità sono in armonia, tutto è gioia, pace, felicità e salute. Se il nostro intento egoico è allontanarci dal cammino tracciato dall’anima per i nostri esclusivi desideri materiali, per convinzione, per dovere o per soddisfare gli altri, dobbiamo rispettare la conseguenza di questo nostro confliggere con la nostra anima e accettare la probabilità di una malattia. La scelta è nostra, ed è sempre una scelta rispettabilissima.

La malattia come risoluzione del conflitto

Il dottor Hamer ha scritto molto sul tema del senso biologico della malattia, possiamo o meno condividere ed esplorare le sue scoperte. Tuttavia il mio sentire mi porta sempre a scoprire l’individuo come un tesoro! Il mio sentire mi porta ogni volta a scoprire quanta fiducia neghiamo al nostro corpo giudicandolo malato, sbagliato, impazzito o da curare. E se stesse invece lui curando noi proprio attraverso il sintomo? Ogni organismo è un miracolo di alta ingegneria, e in ogni momento, innanzi a qualsiasi fenomeno, lui sa sempre ed esattamente cosa sta facendo, nel bene e nel “male”. Ma se noi lo neghiamo la strada si fa tortuosa! Ogni corpo attraverso il sintomo cerca di risolvere un problema di cui spesso noi non abbiamo consapevolezza, e lo fa con le risorse che sono proprie del corpo (fisiologia). Spesso vediamo quanto il sintomo sia funzionale e la domanda che spesso pongo come naturopata è: “il sintomo che hai come sta modificando la tua vita?”. Se soffro spesso di emicrania ricorrenti che mi obbligano a isolarmi dal mondo la domanda è: “quanto spazio dedico a quella parte di me che ogni tanto vorrebbe isolarsi dal mondo?”. Se sentiamo bruciore di stomaco e non ci chiediamo cosa non riusciamo a digerire e per quale grosso e indigesto boccone il mio stomaco sta producendo più acido, la gastrite è dietro l’angolo. Se abbiamo diarrea da tempo e non ci chiediamo cosa nella nostra vita è per noi così contaminante o dannoso che il nostro corpo si impegna per scaricarlo fuori ed eliminarlo da noi rapidamente per proteggerci dall’assimilare quel contenuto, la diarrea continuerà il suo corso. Se siamo rigorosi, retti, lineari, perfezionisti, orgogliosi e inflessibili, specie sul dovere e sul lavoro, il nostro corpo per sostenere questo atteggiamento diventerà anch’esso più compatto, rigido, inflessibile, freddo, si piegherà sempre meno al piacere e sarà sempre più improntato al dovere...per dare forma a questa attitudine ci renderà più rigidi nelle articolazioni, ridurrà le loro funzioni al minimo, perché non ci dobbiamo piegare a nulla e dobbiamo essere inflessibili, specie con noi stessi! Tutto ciò non fa una piega! Ma se non scendiamo a qualche compromesso e non concediamo al nostro corpo ascolto, piacere e morbidezza ogni tanto, finirà che ci accorgeremo di lui e della nostra rigidità articolare solo grazie al dolore!

Medicina delle cause e non dei sintomi

“Tutti gli uomini devono essere medici, tutti i medici uomini”. La natura sana e il medico cura. L'organismo umano è un grande medico che si cura da sé, solo non gli si devono legare le mani. Mettersi in gioco, esplorarsi, essere disposti e umili tanto da ascoltare il malessere come un “maestro o una guida”, risalire alle cause è da valorosi. Spegnere il sintomo ci permette di andare avanti indefessi, mentre cercare la causa spesso porta a rivisitare l’intera vita, a cambiare, cambiare la propria visione. Cambiare porta alla morte di parti di noi che non ci fanno più bene. È un gesto da Eroi. Comprendo chi spegne il sintomo, ma ammiro chi va oltre. Ringrazio la medicina d’urgenza che salva infinite vite ogni minuto, onoro i progressi della tecnica, ma non condivido tutto ciò che mi porta a delegare la mia salute a qualcos’altro e a qualcun altro.

Groddeck padre della psicosomatica scriveva: “Le nozioni appesantiscono il pensiero. Si passa davanti a un albero da frutto, si vede del vischio tra le fronde e subito si sentenzia che la forza dell'albero è stata succhiata dai parassiti. Solo più tardi viene in mente che l'albero è coperto di una fioritura bianca dall'alto in basso: prova inequivocabile che il nostro giudizio era errato. L'evidente malattia dell'albero non ne ha danneggiato la vitalità; questo lo vediamo e per quanto normalmente si consigli di eliminare il vischio, non mi risolverei a farlo. Questo non migliorerà in un futuro prossimo la resistenza dell'albero, al massimo si potrebbe sperare di mantenerne più a lungo la fertilità attraverso l'eliminazione dei parassiti. Il mio pensiero mi porta però a supporre che questo albero abbia bisogno dei parassiti per sopportare la vita e che attraverso le operazioni che dovrebbero guarirlo invece si ammali veramente.
Lo stesso vale per gli uomini. Non è bene estirpare radicalmente e subito ogni sintomo, ogni nuova formazione, ogni gonfiore, anche se passa per pericoloso. "Festina lente", ovvero velocemente ma con indugio è una frase che non si dovrebbe dimenticare e il troppo-tardi, di cui i medici parlano così tanto, in verità non si verifica quasi mai. "Troppo tardi" è l'espressione di cui si servono la paura dell'impotenza e il delirio di onnipotenza. In altri uomini è perdonabile, nei medici solo comprensibile; in questo modo essi si tutelano nei confronti di ritorsioni per eventuali fallimenti. La malattia contiene in sé il tentativo dell'organismo di guarire; in un certo senso si può dire che talvolta la malattia è salute. Le vie della natura divina sono misteriose, indomabili e imperscrutabili. Più invecchio, più evito l'intervento rapido e maggiormente divento diffidente nei confronti di tutto ciò che ho imparato, e ciò che ritengo vero, proprio perché lo ritengo tale, lo considero un dubbioso problema.

Mi è stato detto che l'Edera, quando si avvinghia serratamente all'albero da ogni parte, lo uccide a poco a poco, e lo stesso si dice della vite canadese. Ma ogni volta che cammino per strada imparo una cosa nuova, e vedo veramente di quando in quando alberi coperti di viticci e intristiti, ma ne vedo altrettanti, e forse più, che esulano da questo caso. Soprattutto, però, vedo come diventa bello l'albero quando è avvolto nel rosso ardore del pampino avvizzito, o quando i grappoli blu dei glicini pendono dai rami, quando rose bianche si innalzano, arrampicandosi, sulla sua chioma, o quando, d'inverno, il verde dei rami di vischio si staglia dalle sagome sfrondate. Per queste bellezze si sacrifica un po' di legname da costruzione. Pericoloso per gli alberi è propriamente solo l'uomo. Fa male, adesso, andare per boschi; gli uomini hanno ucciso talmente tanti alberi, e passa molto tempo prima che un albero ricresca. Molto più di quanto occorra agli uomini.


Dove va a finire allora il "mens sana in corpore sano"?

La satira decima di Giovenale, volta a mostrare la vanità dei valori o dei beni (come ricchezza, fama e onore) che gli uomini cercano con ogni mezzo di ottenere, suggerisce che solo il sapiente vero si rende conto che tutto ciò è effimero e talvolta anche dannoso. Nell'intenzione del poeta, l'uomo dovrebbe aspirare a due beni soltanto: la sanità dell'anima e la salute del corpo; queste dovrebbero essere le uniche richieste da rivolgere alla divinità che, sottolinea il poeta, sa di cosa l'uomo ha bisogno più dell'uomo stesso. L’interesse per questo tipo di visione è oggi molto diffuso e in voga. Così come, dopo esserci iperalimentati per secoli a base di cibo moderno, ora torniamo ai grani antichi, allo stesso modo dopo esserci barricati per secoli dietro la rassicurante visione meccanicistica cartesiana, eccoci ribelli danzare sulle barricate della separazione tra mente e corpo, fuggire la polarizzazione res cogitans e res extensa, realtà psichica e realtà fisica, psicologia e medicina, eccoci di nuovo ri-unire i poli, olisticamente umili e tornati alla sapienza legata alla natura e all’anima. Legittimamente un po' destabilizzati dal fatto che non è vero che possiamo avere il controllo su tutto, che tutto ciò che riguarda il nostro corpo non è misurabile con analisi e numeri; legittimamente anche un po' spiazzati dal fatto che non sempre il fatto di delegare ad altri o ad altro la cura di un nostro sintomo ci porta a guarire del tutto e che ora riprenderci in carico la nostra salute e la relativa responsabilità un po' ci onora ma un po' ci spaventa. Insomma eccoci eroicamente ritornati alle origini, ecco che si è chiuso il cerchio.

Potrà sembrare un azzardo interpretativo o in fondo la direzione è questa? Anche a voi sembra profilarsi all’orizzonte di nuovo la figura di un medico con tratti da saggio e occhi da sacerdote, come la medicina sciamanica così come quella pitagorica suggerì in tempi non sospetti? Un ricercatore di analogie tra l'uomo e l'universo, tra il microcosmo e il macrocosmo, che reinterpreti la “malattia” come un malum agere, cioè una rottura tra il nostro agire e l'equilibrio dell'organismo, una sorta di “perduta armonia” tra queste forze egoiche del piccolo uomo e il disegno divino? Figure molto importanti che hanno contribuito alla mia formazione di naturopata erano medici che avevano trovato grazie alla psicosomatica il punto di intersezione e convergenza tra la medicina convenzionale, la psicologia e le antiche Medicine Tradizionali. Grazie a loro ho imparato ad andare oltre ciò che è visibile agli occhi, a non sopprimere il sintomo ma a scoprirne il significato individuale. Grazie alla medicina umorale ippocratica riconosco che lo stesso sintomo va trattato in modo diverso a seconda dei temperamenti e della diversa costituzione psicofisica dell’individuo che ho davanti. Ho imparato ad ascoltare, a osservare, a fare domande per poi comprendere che le risposte cercate quasi sempre sono già presenti nel sintomo stesso, che le soluzioni sono laddove si pensa esista solo un problema, che il sintomo spesso è una risorsa preziosa per sviluppare guarigione e autoconoscenza. Ci vuole coraggio, ci vuole tempo spesso, ci vuole umiltà, occorre anche avere tanta fede in coloro che fidandosi di noi vengono a chiederci di essere aiutati, di tornare a sentirsi a casa dentro il loro corpo, individui spesso stanchi di fuggire da loro stessi.

Esempi diagnostici di sintomi come messaggi 

Le malattie psicosomatiche, cioè i sintomi o i quadri per cui frequenti sono le “diagnosi di salute”, cioè i pazienti che dicono “dagli esami non risulta nulla ma io ho sento etc...” sono: ipertensione, asma, colite, eczema atopico, bruciori di stomaco, tosse nervosa, colon irritabile o spastico, nausea, vomito, diarrea, dolori mestruali, disturbi minzionali, enuresi, impotenza, depressioni, attacchi di panico o stati ansiogeni. Quasi tutte queste comuni manifestazioni psicosomatiche sono supportate da un’iperattività del sistema nervoso autonomo, in particolare dalla sezione simpatico, non solo ansia e attacchi di panico, anche stress e forte autocontrollo producono molecole che indeboliscono il nostro sistema salute. Quando prodotte in eccesso e per molto tempo, cortisolo (l’ormone dello stress) adrenalina, radicali liberi sono le molecole responsabili dell’indebolimento del sistema immunitario, cardiovascolare, gastrointestinale.

Esse provocano tra l’altro, una riduzione dei globuli bianchi e anche l’innalzamento della pressione arteriosa e della frequenza cardiaca, predisponendo l’uomo moderno a un aumentato rischio di incappare in frequenti malattie (virali, batteriche) e di innalzare i fattori di rischio di ictus o infarto del miocardio, detto ciò esisterebbero numerosi esempi diagnostici di sintomi come messaggi, per esempio: ipertensione o picchi pressori potrebbero parlare di un dissidio tra due parti di noi che non riusciamo a fare incontrare, i primi 2 poli sono mente e cuore le cui ragioni sono spesso antitetiche; l’asma può denunciare un conflitto di assenza di aria, la domanda è: “qualcuno mi toglie spazio? Mi opprime nel mio bisogno di aria, di spazio vitale?”; la colite, o colo irritabile, colon inteso come nostro primo cervello, può denunciare un conflitto di collera, irritazione, intolleranza o paura verso una figura che rappresenta l’autorità; la cistite può denunciare un bisogno di marcare di più il proprio territorio lavorativo o familiare perché lo si sente in pericolo o minacciato da qualcosa o qualcuno, o ci sente poco a casa in tale territorio; problemi alla pelle mi parlano di memorie di contatto, di separazione o di confini. Salvo restando che ogni sintomo è un messaggio per noi esclusivo e che non si può generalizzare con letture uguali per tutti.

di Rosa Massari,
naturopata